giovedì, maggio 28, 2009

Brr
L'estate è alle porte, e con il caldo sopraggiunge, irrefrenabile, la voglia di un brivido. Detto fatto, bando alle ciance e ai languori, ecco qua un racconto dell'orrore, intitolato Se sarebbe, pubblicato grazie a questa bellissima faccenda che è Website horror.


Non vi basta, volete di più? E che diamine, detto fatto, c'è pure in disco in giro, ed è bellissimo, l'album d'esordio degli Albanopower, si intitola Maria's day e c'è pure un videoclip, qui.

giovedì, maggio 07, 2009

È uscito Mono n. 6, dedicato ai grandi classici della letteratura

 

Mono n. 6 (c) Tunué e dell'autore

 

AA.VV.
Mono # 6  – «I classici della letteratura»
Direzione artistica
Daniele Bonomo e Sergio Badino
Copertina di Vittorio Giardino
Tunué, 2009 – Collana «Mono» n. 6
cm. 21,5 x 29; pp. 48; spill.

Per il tema «I Classici della Letteratura», più di quaranta artisti hano creato parodie, re-interpretazioni, analisi, critiche e personalizzazioni a fumetti dei classici che sin da bambini hanno letto e imparato a conoscere: da Moby Dick ad Amleto, da Pinocchio all'Odissea, da Dracula a Sherlock Holmes.

Gli autori che hanno partecipato a Mono n. 6
Davide Aicardi – Maurizio Rosenzweig
Alfred
Matteo Anselmo
Sergio Badino – Giovanni Talami
Marco Bianchini
Lorenzo Calza – Mattia Surroz
Alfredo Castelli
Raul Cestaro
Alberto Conte – Stefano Biglia
Lele Corvi
Davide Costa – Elena Casagrande
Nino G. D’Attis – Andrea Longhi
Fabio Genovesi – Valentina Gambino
Silvia Gianatti – Alessandro Gottardo
Gregorio Giannotta
Leomacs
Augusto Macchetto – Quellobianco
Luigi Maio
Werner Maresta
Giuseppe Palumbo
Gabriele Panini – Emilio Lecce
Aldo Pastore – Alessio Fortunato
Gabriele Pellistri
Massimo Perissinotto
Marco Petrella
Giustina Porcelli
Mario Rossi
Giorgio Salati – Emanuele Tenderini
Alberto Savini – Passepartout
Andrea Scoppetta
Sualzo
Emiliano Tanzillo
Oleg Tischenkov
Massimiliano Valentini – Emiliano Mammucari
Giampiero Wallnofer
Emilia Zazza – Maria Sole Macchia

Racconti a cura di Angelo Orlando Meloni

Recensioni di Angelo Orlando Meloni, Eva Clesis, Stefania Leo


postato da Ang | 15:20 | permalink | commenti (4) |
lunedì, aprile 20, 2009

James Graham Ballard (15 novembre 1930 - 19 aprile 2009) R.I.P.


Ciò in cui credo
di James G. Ballard

Credo nel potere che ha l'immaginazione di plasmare il mondo, di liberare la verità dentro di noi, di cacciare la notte, di trascendere la morte, di incantare le autostrade, di propiziarci gli uccelli, di assicurarsi la fiducia dei folli.

Credo nelle mie ossessioni, nella bellezza degli scontri d'auto, nella pace delle foreste sommerse, negli orgasmi delle spiagge deserte, nell'eleganza dei cimiteri di automobili, nel mistero dei parcheggi multipiano, nella poesia degli hotel abbandonati.

Credo nelle rampe in disuso di Wake Island, che puntano verso il Pacifico della nostra immaginazione.

Credo nel fascino misterioso di Margaret Thatcher, nella curva del le sue narici e nella lucentezza del suo labbro inferiore: nella malinconia dei coscritti argentini feriti; nei sorrisi tormentati del personale delle stazioni di rifornimento; nel mio sogno che Margaret Thatcher sia accarezzata da un giovane soldato argentino in un motel dimenticato, sorvegliato da un benzinaio tubercolotico.

Credo nella bellezza di tutte le donne, nella perfidia della loro immaginazione che mi sfiora il cuore; nell'unione dei loro corpi disillusi con le illusorie sbarre cromate dei banconi dei supermarket; nella loro calda tolleranza per le mie perversioni.

Credo nella morte del domani, nell’esaurirsi del tempo, nella nostra ricerca di un tempo nuovo, nei sorrisi di cameriere di autostrada e negli occhi stanchi dei controllori di volo in aeroporti fuori stagione.

Credo negli organi genitali degli uomini e delle donne importanti, nelle posture di Ronald Reagan, di Margaret Thatcher e della principessa Diana, negli odori dolciastri emessi dalle loro labbra mentre fissano le telecamere di tutto il mondo.

Credo nella pazzia, nella verità dell’inesplicabile, nel buon senso delle pietre, nella follia dei fiori, nel morbo conservato per la razza umana dagli astronauti di Apollo.

Credo nel nulla.

Credo in Max Ernst, Delvaux, Dalì, Tiziano, Goya, Leonardo, Vermeer, De Chirico, Magritte, Redon, DÅrer, Tanguy, Facteur Cheval, torri di Watts, Bîcklin, Francis Bacon, e in tutti gli artisti invisibili rinchiusi nei manicomi del pianeta.

Credo nell'impossibilità dell'esistenza, nell'umorismo delle montagne, nell'assurdità dell’elettromagnetismo, nella farsa della geometria, nella crudeltà dell'aritmetica, negli intenti omicidi della logica.

Credo nelle donne adolescenti, nel potere di corruzione della postura delle loro gambe, nella purezza dei loro corpi scompigliati, nelle tracce delle loro pudenda lasciate nei bagni di motel malandati.

Credo nei voli, nell'eleganza del l'ala e nella bellezza di ogni cosa che abbia mai volato, nella pietra lanciata da un bambino che porta via con se la saggezza di statisti e ostetriche.

Credo nella gentilezza del bisturi, nella geometria senza limiti dello schermo cinematografico, nell'universo nascosto nei supermarket, nella solitudine del sole, nella loquacità dei pianeti, nella nostra ripetitività, nell'inesistenza dell'universo e nella noia dell'atomo.

Credo nella luce emessa dai videoregistratori nelle vetrine dei grandi magazzini, nell'intuito messianico delle griglie del radiatore delle automobili esposte, nell'eleganza delle macchie d'olio sulle gondole dei 747 parcheggiati sulle piste catramate dell'aeroporto.

Credo nella non-esistenza del passato, nella morte del futuro, e nelle infinite possibilità del presente.

Credo nello sconvolgimento dei sensi: in Rimbaud, William Burroughs, Huysmans, Genet, Celine, Swift, Defoe, Carroll, Coleridge, Kafka.

Credo nei progettisti delle piramidi, dell'Empire State Building, del FÅrer-bunker di Berlino, delle rampe di lancio di Wake Island.

Credo negli odori corporali della principessa Diana.
Credo nei prossimi cinque minuti.

Credo nella storia dei miei piedi.

Credo nell'emicrania, nella noia dei pomeriggi, nella paura dei calendari,
nella perfidia degli orologi .

Credo nell'ansia, nella psicosi, nella disperazione.
Credo nelle perversioni, nelle infatuazioni per alberi, principesse, primi ministri, stazioni di rifornimento in disuso (più belle del Taj Mahal), nuvole e uccelli.
Credo nella morte delle emozioni e nel trionfo dell'immaginazione.

Credo in Tokyo, Benidorm, La Grande Motte, Wake Island, Eniwetok, Dealey Plaza.
Credo nell'alcoolismo, nelle malattie veneree, nella febbre e nell'esaurimento.

Credo nel dolore.

Credo nella disperazione.

Credo in tutti i bambini.

Credo nelle mappe, nei diagrammi, nei codici, negli scacchi, nei puzzle, negli orari aerei, nelle segnalazioni d'aeroporto.

Credo a tutti i pretesti.

Credo a tutte le ragioni.

Credo a tutte le allucinazioni.

Credo a tutta la rabbia.

Credo a tutte le mitologie, ricordi, bugie, fantasie, evasioni.

Credo nel mistero e nella malinconia di una mano, nella gentilezza degli alberi, nella saggezza della luce.

(Da J.G. Ballard, RE SEARCH ed. italiana, ShaKe edizioni underground)


postato da Ang | 16:19 | permalink | commenti (3) |
giovedì, aprile 09, 2009

Link a recensioni

Segnalo alcune mie recensioni, apparse su riviste on line oppure confluite poi sul web. Sono libri che secondo me vale la pena di leggere, che non hanno venduto dieci tottiliardi di copie, ma che possiedono una caratteristica: raccontano storie magiche, diverse dall'ordinario, fresche ma profonde, illuminanti e nutrienti, tanto leggibili quanto ottimamente scritte.

Miagola Jane Birkin, di Fernando Acitelli, Coniglio Editore. La recensione la trovate ne ilsottoscritto.it.

Hotel de Dream, di Edmund White, Playground Libri. La recensione la trovate su raramente.net.

Il più grande calciatore del mondo, di Renato de Rosa, Limina. La recensione la trovate sempre su raramente.net.

Mysterious skin, di Scott Heim, Playground Libri. La recensione era uscita su "Stilos" e la trovate sul sito di Playground.

Il primo sindacato dei profeti viventi, di Luigi Grazioli, Effigie. La recensione sta su ilsottoscritto.

Sweet sixteen, di Birgit Vanderbeke, Del Vecchio editore. La recensione ancora e sempre su ilsottoscritto.

Civitavecchia alla fine del mondo, di Mattia Walker, Zandegù. La recensione, yes, sul semper noster ilsottoscritto.it.

Buona lettura a tutti.

postato da Ang | 11:37 | permalink | commenti | storie
mercoledì, dicembre 10, 2008

Uno stralcio da:

Io non ci volevo venire qui
breve manuale di autodistruzione
per il conseguimento della felicità


- romanzo comico -
- manuale di sopravvivenza -

di Angelo Orlando Meloni

AGGIORNAMENTO GIUGNO 2009
news
succose novità dell'ultim'ora:

il libro è di prossima pubblicazione con Del Vecchio Editore.


Young lust, extended mix

Siamo circondati da amici. La nostra vita è una fioritura di amicizie. Alcune sono amicizie professionali, altre sono amicizie d’infanzia, altre ancora sono roba di una sera, una discussione e via. La nostra vita è marchiata dalla parola “amicizia” e se pensiamo di poterne fare a meno ci sentiamo perduti. Possiamo perdere il nostro grande amore, ma non un amico a cui chiedere un consiglio sulla fine del nostro grande amore.
Intere civiltà sono crollate per molto meno.
Eppure ogni tanto sei colto da dubbi disumani. “Amici e guardati”, diceva la regina Himica, e guardi gli amici: sono la tua seconda famiglia e non la cambieresti per nulla al mondo. I tuoi inseparabili, meravigliosi amici, quelle persone in salute che lavorano tutto il giorno, che fanno carriera o che sbarcano il lunario ma hanno comunque una casa, una macchina, un’assicurazione. E ti sembrano felici.
Sono felici.
Dovrebbero esserlo, dannazione.
Tu vuoi loro bene, e loro ne vogliono a te. Come si dice, corrispondenza biunivoca. Ma a volte la ruota gira e vieni colto da inquietudine galoppante; e vedi un sacco di gente che si farebbe segare una chiappa pur di pubblicare. Creare. Musicare. Qualsiasi cosa per la gloria. Tutti quei myspace, se no, cosa ci starebbero a fare? Calcoli che a occhio e croce il 75% degli avvocati praticanti che conosci, e ne conosci, incide demotape di genere cantautorale intimista stile Elliott Smith o ha una passionaccia per l’arte ultracontemporanea. La cosa ti colpisce come mai prima e ravviva le cicatrici sui tuoi polpastrelli. Tu sei uno di loro. Siamo tutti così. Porca vacca, George Romero aveva ragione.
Umpf.
Metti di lato sensi di colpa e vergogna e ordini una birra scaccia-stress, ma lo sguardo compassionevole del giovane barman - in quel posto alla moda dove ti sei ficcato sono soliti servire cocktail alla frutta – fa suonare un campanello. Giureresti di averlo vista il giorno prima, all’inaugurazione di una mostra, disteso su di un lettone mentre faceva finta di dormire o dormiva davvero per eccesso di zelo.

“Un delicato poetare-delirare che si unisce ad un’attenzione alla realtà sociale e ai sistemi di produzione del potere economico e del senso della vita”. Recitava il catalogo della mostra, già finito sul tavolo del tuo soggiorno, non si sa mai dovessi avere a cena un architetto milanese. “Seppur orientata verso un materialismo organico, l’opera denota un forte interesse per la metafisica dello spazio-tempo di cui l’arte si ciba, una rimasticatura di senso che diventa senso ulteriore, nuovo orizzonte critico. Un intimo appoggio per un presente post vitam che porta fin quasi alla rottura il concetto di autorefenzialità, un viaggio percorso da una logica strisciante che rimane inaccessibile agli osservatori”. E sei passato avanti a passo felpato, per non svegliare “l’opera”, sbigottito che non ci stessi capendo niente perché quello era l’obiettivo degli artisti.
Wow.

Ma se l’arte è l’arte, la birra è la birra, e riesce a confondere le idee più di una mostra di Damien Hirst alla Royal Academy. L’alfabetizzazione di massa ha fatto sì che le città rigurgitino moltitudini di aspiranti artisti invece che di geni della matematica, e che dietro barman rispettabili si celino Piero Manzoni in erba. Una situazione sconsolante, forse, ma ormai ci siamo dentro fino al collo, e a nulla vale farsi un bicchiere in una fighetteria, un tempo territorio sicuro, prima che cadessero le barriere ideologiche. Certo, costa un po’ di più del tuo amato pub, però il sovrapprezzo dovrebbe coprire il servizio, in un posto del genere difficilmente qualcuno esaminerà la tua conoscenza del cinema vietnamita o ti appiopperà un nastro di noise-jazz; speri inopinatamente ottimista. Ma la birra, si sa, è sinonimo di abbondanza, e lo sguardo dell’artista-barista è una sfida ai cocktail fluo da dodici euro che mai berrai. Alla terza o quarta pinta decidi di offrirne uno a una tizia vestita all’ultima moda, con le scarpe a punta. Di quelle ultrasingle che escono solo con le amiche e viaggiano verso i trentacinque. Che non ti parlerà mai di Ian McEwan.
E la tizia ci sta, capita anche questo.
Ovvio, ti dici, chi vuoi che se lo fili questo scorfano? Ma quando ti chiede se vuoi andare con lei a casa di un tale chiamato Igor Bio, rispondi tutto ringalluzzito “perché no” e pensi “bingo”.
E la ruota gira. Il mondo è bello. Ti convinci che la tua amica sia una di quelle tipe zero bellezza ma tutta sex appeal.

Un quarto d’ora dopo entrate in una villetta a due piani. Saluti e ti accomodi, cerchi di metterti a tuo agio, ma un tizio ti passa una birra calda e senti un tremito nella Forza. Dopo nemmeno venti minuti la tua amica comincia a somigliare in maniera inquietante a Ronaldinho, e l’omino delle birre accende uno schermo ultrapiatto. Com’è come non è, sei obbligato alla visione di sei cortometraggi autoprodotti.
Dovevi immaginarlo.
È una via crucis a base di birre calde, silenzi e sigarette. L’ultimo corto si intitola Pensieri perduti, e parla dello spaesamento sociale nella contemporaneità o della perdita dell’io nella società tecnologica.
La festa è un bluff architettato da questo Igor Bio.
Figlio di un chirurgo di fama europea, Igor si chiama in realtà Biagio Patané e ha studiato recitazione all’istituto nazionale del dramma antico e regia a New York. Il giovanotto è riuscito a confezionare un lungo curriculum, rimpinzandolo di esperienze ai limiti della schiavitù sessuale e dello scherzo surreale. Una serie di insuccessi e di fatiche sprecate che raggiungono il loro grottesco acme in occasione di alcuni concorsi e festival di piazza a cui ha partecipato grazie alle entrature paterne. Curriculum che fa bella mostra di sé su di una parete, accanto a una lettera nella quale un produttore scrive di suo pugno che ha trovato “pieno di energia” l’ultimo copione di Igor.
Altri si sarebbero sparati nelle palle. Igor ha appeso la lettera in salotto.

Ecco un caritatevole estratto del curriculum:

Titolo di studi: Laurea in Regia, all’istituto nazionale del dramma antico, e master in regia presso la Art & Cinema Show di New York.
Premi e riconoscimenti:
- Selezionato tra i semifinalisti per la borsa di studio Giovani Drammaturghi per Gianni Mazzuffo, G.D.G.M., 1993.
- Medaglia di bronzo al premio Laido Luna, 1994, con il dramma Pungimi se sbaglio.
- Decimo classificato al festival Dottor Xavier di Pergocrema, 1995, con l’atto unico Sogno o son scemo.
- Segnalato con riserva al Proof Project 1996 di Cusano Milanino, con il dramma Il sogno di Igor.
- Terzo tra i non classificati per il premio Scribacchino 1996, Bicocca, con la tragedia Asylus Apoliticus.
- Menzionato al concorso Riscrittura d’Oro Associazione Studio 54, 1997, Torre Annunziata, con la commedia Il congiuntivo che credeva di essere Dio.
Regie:
1999
Il sogno di Igor, di Igor Bio, con Marilù Minze, Nichelino Taglialegna, Tatiana Bobova, Teatro Tallaro in Trastevere, Roma.

E qui, all’alba del nuovo secolo, finisce la sua carriera.
Con un flop vertiginoso.
Sedici spettatori in cinque repliche. Neanche gli amici, a casa con il mal di stomaco tattico. Innumerevoli invece le scenate immotivate agli attori della compagnia e agli assistenti di scena. Incalcolabili le ore sprecate per questioni di principio. Penoso il ritorno sull’auto del babbo, in un silenzio soffocante, con la ripresa della messa in scena stretta in grembo. Video che - lo ignori - ammicca nella fila delle cassette da proiettare e che i seguaci più fidi potranno ammirare a fine serata, subito dopo Pensieri perduti. Privilegio, questo, riservato unicamente a una stretta cerchia di parenti e amici del regista durante la sera di Capodanno del 1999.

Questa la scena:

Nel salottino tutto pizzi e trine della mamma di Igor si sono dati appuntamento lo stesso Igor, la sua squinzia Cinzia, venticinquenne con un lavoro e una laurea ma misteriosamente innamorata di Igor; la vecchia zia Ciccina, la vecchissima zia Maria, la giovane cugina Anzia, che vorrebbe - anche lei - iscriversi all’accademia, il papà di Igor, cioè il professore Luigi Patané, e infine Carmelo Lo Cascio, avvocato praticante e scrittore fallito che ha appeso la macchina da scrivere al chiodo, ma non così presto da evitare di conoscere Igor ed essere invitato alle sue proiezioni. Onore che egli riserva solo a pochi, invidiati fedelissimi.
Alla parete c’è uno disegno della contessa Marta Marzotto seminuda, opera autografa del maestro Renato Guttuso, e il disegno della nobildonna man mano che la proiezione va avanti comincerà a rivestirsi per l’imbarazzo.
Al primo atto l’atmosfera è quasi goliardica. Igor non risparmia la solita battuta all’amico Lo Cascio, accusandolo con bonomia di “non avere le palle” per dedicarsi alla scrittura. La squinzia Cinzia sbatte le ciglia. Sua mamma è in brodo di giuggiole. Le zie pure. Il professor Patané ha i lucciconi agli occhi. La cugina Anzia aspira ossigeno ed espira poesia.
Alla fine del secondo atto l’aria si è fatta un tantino più moscia.
Marta Marzotto sta cercando le sue scarpe e non nasconde un certo nervosismo. L’amico Lo Cascio seppure provato mantiene l’aplomb e trattiene a forza gli sbadigli, ma nel farlo perde il controllo delle chiappe. Molla una puzza pepata dolce-amara che impregna i pizzi e risale lungo il divano fino al soffitto, per poi ricadere a pioggia sugli ospiti. Ma nonostante il tremendo fetore, la squinzia Cinzia sbatte ancora le ciglia, la mamma è in brodo di giuggiole, le zie pure, il professor Patané ha i lucciconi agli occhi. La cugina Anzia aspira ossigeno misto al metano di Lo Cascio ed espira poesia.
Alla fine del terzo atto l’atmosfera si è fatta tesa. Igor spegne il videoregistratore e accende la luce. Fa una faccia a trentadue denti, come se avesse conquistato il Messico, e la cosa più terrificante è che non vuole solo gli applausi, pretende pure il dibattito. Ma la contessa Marzotto, vestita di tutto punto e infuriata a dovere, sta aspettando un tassì ticchettando col tacco sulla cornice del quadro. L’amico Lo Cascio è stremato, dice che ha avuto una giornata di quelle, e aggiunge che lo spettacolo “è bellissimo”, scandendo le sillabe con sforzo visibile. Eppure la squinzia Cinzia sbatte ancora le ciglia. La mamma è in cucina. Le zie pure. Il professor Patané si è versato un amaro, conciliante. La cugina Anzia aspira ossigeno ed espira poesia.
Igor andrà a letto felice e tutti avranno evitato con cura di dirsi la verità.

Ecco perché Igor Bio continua a dichiararsi regista, l’attore e sceneggiatore. La sua faccia di scecco fa impressione, ma il mondo è pieno di fissati. La verità è che suo padre gli passa duemila euro al mese e la festa, i suoi ritrovi quasi quotidiani, sono una trappola per arruolare nuovi schiavi, tra i quali ti ha incluso a prima vista. Ha fiuto, lui, nello scovare nuove vittime. Sente che potrà coinvolgerti almeno in un paio di fallimenti prima che tu riesca a mandarlo a quel paese, e ciò basta per assicurarti il passi nel suo salotto.
Quelli come Igor hanno bisogno di adulatori. Non è nemmeno colpa loro, è come il sangue per i vampiri. Vogliono sentirsi dire: “Sei grande”. Solo questo conta. E siccome nonostante i 2000 euro continuano a vivere come poeti maledetti e come ospitalità sono fermi a rituali mutuati dagli Unni, individui del genere cominciano a raccogliere attorno a sé schiappe altrettanto patetiche. All’inizio si trastullano con le belline dell’alta società alla quale appartengono, ma sfioriti i vent’anni, e all’approssimarsi degli ‘anta, diventano democratici e passano alle mezze calzette.
I rivoluzionari da salotto.
Gli spassionati.
Gli stalentati.
Le matricole di scienze della comunicazione.
Gente in cerca di un Dio. Ma tu sei ateo, e appena le luci si accendono, mentre Igor afferra la cassetta, con un sol gesto ti metti la giacca e raggiungi la porta.
“Te ne vai già?”, fa la tipa.
“Assolutamente.”
Ed esci sperando che il vampiro non bussi mai alla tua porta.

martedì, novembre 18, 2008

Mono n. 5 - Passione -
edizioni Tunué
cm. 21,5 x 29; pp. 54; spill.
Euro 6,90


Mono, n. 5, copertina di Milo Manara (c) degli aventi diritto

Il quinto numero di "Mono" è dedicato alla passione. E la copertina di chi altro poteva essere se non di Milo Manara?
All'interno partecipano artisti di alto livello, autori emergenti e i vincitori del contest indetto dalla Tunué. E la passione viene affrontata in modo trasversale: dall'amore al cibo, dalla vita alla morte, dalla squadra del cuore alla canzone preferita.
Un assortimento di trentaquattro tavole a fumetti - tra i nomi: Paolo D'Orazio/Andrea Domestici, Alberto Corradi, Matteo Alemanno - quattro racconti: Violetta Bellocchio, Paola Barbato, Pierluigi Felli e Giuseppe Carlotti, più moltissime recensioni (dentro la rivista, come sempre, trovate anche me).

sabato, ottobre 04, 2008

Segnalazione: questo mese ho letto due libri molto belli.

Il primo è Guardrail di Eva Clesis, pubblicato da Las Vegas edizioni



qui la mia recensione su Il Sottoscritto.


Il secondo è Versilia rock city di Fabio Genovesi, pubblicato da Transeuropa.




e anche in questo caso, ecco qui la mia recensione su Il Sottoscritto.

martedì, settembre 30, 2008

fine di un'era. chissà se tutti 'sti fallimenti dell'investiment banking siano poi 'sta gran iattura. Come diceva il broker (o quello che era) interpretato da Mickey Rourke in Nove settimane e mezzo: "Faccio soldi coi soldi".
E ora non ti puoi nemmeno permettere un cappuccino al bar.

colonna sonora: Raffaella Carrà, Tanti auguri.


venerdì, settembre 19, 2008

Una bella favoletta
.
Quando la RAI aveva il monopolio guardavamo il calcio pagando il canone e stop. Poi si è divisa la torta con Mediaset e il calcio lo guardavamo un po' sulla RAI e un po' su Mediaset, pagando il canone e il sovrapprezzo sui prodotti pubblicità-tv (che c'era anche prima di Mediaset). A un certo punto è arrivata Telepiù, e si è presa un altro pezzo di calcio e si è inventata il posticipo, e allora per guardare il calcio abbiamo dovuto pagare il canone RAI, il costo della pubblicità-tv e il canone a Telepiù. Infine sono arrivati Sky e il digitale terrestre, e per guadare il calcio ora dobbiamo pagare: il canone della RAI, il costo della pubblicità-tv sui beni di consumo, il canone di Sky, il costo dei singoli eventi sportivi su canali del tipo premium, il costo delle carte prepagate del digitale terrestre.
Chi è che diceva che la libera concorrenza abbassa i prezzi?

Colonna sonora: Piero Ciampi, Andare, camminare, lavorare

mercoledì, settembre 10, 2008

presto i nuovi aggiornamenti

questo blog è vivo!!

postato da Ang | 19:34 | permalink | commenti (10) |